IL PESCE POVERO DI MAZARA
Scarto,
sporco o perfino “munnizza” sono i termini generalmente
utilizzati
per identificare una consistente parte della fauna marina
che casualmente finisce nelle reti dei pescatori, soprattutto quelle
a strascico, e che, finite le operazioni di selezione delle
cosiddette "specie pregiate", viene quasi integralmente
ributtata in mare.
Stimata
in oltre 10.000 tonnellate annue (i dati sono riferiti alla sola
flotta di Mazara del Vallo) e comprendente oltre 300 specie tra
pesci ossei, crostacei, pesci cartilaginei e cefalopodi, questa
frazione del pescato è in gran parte composta da organismi mai
arrivati alle tavole dei consumatori perché una consistente part
e
di essi presenta caratteristiche morfologiche, come per esempio
scarsa crescita corporea o fragilità della parte edibile, che li
rende poco appetibili già al momento della cattura e dunque non
compatibili con il consumo umano.
A
questa grossa quota, si aggiunge un secondo gruppo di organismi
appartenenti al contrario a specie di alto valore commerciale come
il nasello, le triglie e il gambero rosa, per citarne alcune tra le
più note, ma che ciò malgrado devono necessariamente essere
rigettate in mare perché pescate quando sono ancora giovani e
dunque sotto la taglia minima consentita dalle vigenti leggi
europee.
C'è
ancora una terza tipologia di scarto della pesca che sebbene con
caratteristiche morfologiche (taglia, consistenza delle carni, ecc.)
idonee alla commercializzazione risulta svalorizzato da antiche
convinzioni popolari fondate su una presunta inappetibilità delle
carni, spesso mai verificata.
Nella
lunga lista delle specie meno importanti c'è una categoria di
pescato di discreto valore ma che tuttavia segue il destino delle
precedenti specie perché, in una pesca che diventa sempre più
industriale e globalizzata, sembra che la sua commercializzazione
risulti economicamente poco redditizia. Si tratta tuttavia di quel pesce,
a volte chiamato anche povero, che è
invece ingrediente fondamentale della dieta del pescatore e della
sua famiglia e che, per la bontà delle sue carni, ha arricchito la
storia e le tradizioni delle città marinare di aneddoti e gustosi
piatti che costituiranno l'obiettivo del presente studio.
Tra
i pesci non si può non ricordare la Musdea
di fondale (mustia bianca di fangu)
dalle carni bianche e leggere quindi molto indicate per i bambini e
anziani, oppure, le tre specie mediterranee di Sugarello
(sareddru, sauru lisciu e sauru scuimmu)
che se pescati a ridosso del periodo di riproduzione presentano una
ottimale quantità di grasso che ne rende squisite le carni
soprattutto se cotte alla griglia. Un giusta riconoscenza va anche
data al Latterino (lattarinu),
ormai quasi introvabile, che insieme al Merluzzetto
(lu gentili) era insuperabile
tra la piccola frittura di pesce. Chiudiamo i pesci ossei con la Boga
(li vopi) che, malgrado sia oggi
finito in bassa fortuna, nel dopoguerra e per molti anni a seguire
fu oggetto di pesca specifica mediante le più grandi nasse (la
nassa di vopi) mai realizzate dai nostri avi. "Lu vopu
chinu", ripieno di mollica, aglio, olio e accuratamente
legato con il filo di canapa veniva prima fritto e poi cotto
lentamente in salsa di pomodoro. Era insomma uno speciale condimento
per la pasta fatta a mano (li maccarruni) e un secondo piatto
da preparare soprattutto nei momenti di festa.
Momenti
di festa in cui non mancava, e passiamo ora ai pesci cartilaginei,
il Gattuccio (lu cagnulicchiu)
prima fritto e poi mantecato con il broccolo e l'aggiunta di poca
salsa di pomodoro, meglio se nella forma di estratto essiccato al
sole. Per concludere questa breve ricostruzione la Razza
quattrocchi (raiceddra liscia), insuperabile fritta o
a ghiutticeddra con cipolla, pomodoro e origano per i più
deboli di stomaco.